¹ Si tratta di James P. McGranery, Attorney General (Ministro di Giustizia) americano durante il 1952 sotto il presidente Harry Truman, come apprendo dalla lista dei Ministri di Giustizia americani. Il precedente Attorney General (J. Howard McGrath) era stato costretto alle dimissioni dopo aver rifiutato di collaborare in un'inchiesta su casi di corruzione aperta proprio dal dipartimento di giustizia che guidava.
LA NATURA AMLETICA DI CHARLIE CHAPLIN
Di Benjamin De Casseres
(1920)
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Nel mezzo del cammino di questa sua vita mortale <<Charlie>> Chaplin, l’uomo più famoso del mondo, ha dichiarato di averne abbastanza di una vita da cani. Ha intenzione di prendere le armi contro un mare di risate e contrastandole por fine ad esse...interpretando Amleto, magari.
Ecco in sostanza ciò che mi aveva detto in un’intervista rilasciata non molto tempo fa. Non rimanevo così sorpreso dal giorno in cui Eddie Foy mi aveva detto che voleva interpretare re Lear accanto a Marie Dressler nei panni di Cordelia.
Ma trattenete il sorriso per un poco, così come l’ho trattenuto io. Un uomo può sempre sorridere, sorridere, ed essere il peggiore dei ribaldi; o può sorridere, sorridere, ed essere Amleto.
<<Charlie>> Chaplin sorride ed è Amleto. Ha fatto il pagliaccio, ha saltellato e ha fatto capriole in ogni città, villaggio e accampamento di minatori del mondo civile e incivile, ma non ho mai inconrato un uomo che, dal punto di vista intellettuale ed emotivo, sia più vicino al tipo amletico di quanto lo sia Charles Spencer Chaplin, clow planetario, la cui personalità scenica è meglio conosciuta di qualsiasi altro essere umano che sia nato finora su questo corpo celeste, e che meglio di ogni altra figura di rinomanza mondiale è riuscito a nascondere completamente la propria autentica personalità.
Durante molte ore di tranquille chiacchierate con Chaplin ho scoperto uno spirito di rara qualità: un poeta, un esteta, un pensatore dinamico e ultra-progredito, un uomo dalle mille sfaccettature sorprendenti, un uomo dai molti talenti, un uomo infinitamente triste e malinconico, un uomo delicato come una corda di violino che esprime il lamento e la melodia del mondo, un Puck, un Amleto, un Ariel...e un Voltaire.
<<Le mie pagliacciate, come le chiama la gente – e io detesto la parola “pagliaccio”, perchè io non sono un pagliaccio – possono avere un significato più recondito. Preferisco definirmi un satirista mimetico, perchè in tutte le mie commedie ho mirato a parodiare, a mettere in satira il genere umano...o perlomeno quegli esseri umani la cui stessa esistenza è una inconsapevole satira di questo mondo. Quanto al genere umano, preferisco immaginarlo come la malavita degli dei. Quando gli dei vogliono farsi un giro nei bassifondi, vengono a visitare la terra. Capisce, non nutro esattamente il massimo rispetto per il genere umano.
<<Le mie buffonate sullo schermo le appariranno senza dubbio ridicole. Ebbene, le buffonate degli uomini – perfino nelle loro occupazioni più serie, e in quelle che scelgono di chiamare le più sublimi – appaiono altrettanto ridicole agli dei o agli esseri che abitano le dimensioni superiori.
<<In una parola l’umanità nel suo complesso, vista con gli occhi dell’immaginazione comica, è composta di tanti Charlot.
<<Con le mie buffonate, i miei abiti, i miei scherzi grossolani, i miei gesti illogici e il pathos comico io mostro l’umanità stessa come deve apparire agli spettatori che stanno Lassù, se pure ce n’è qualcuno intento a osservare questa cagnara terrestre>>. (Avrebbe potuto definirla <<chaplinara>>.)
<<Anche se non sono un pessimista o un misantropo, ci sono giorni in cui il contatto con qualsiasi essere umano mi fa sentire male fisicamente. In quei momenti e in quei periodi sono oppresso da ciò che i romantici definivano stanchezza del mondo”; mi sento un completo estraneo nei confronti della vita>>.
<<Come se avesse sbagliato casa>>, ho suggerito.
<<Come se avessi sbagliato pianeta>>, ha risposto. <<Può darsi che sia una reazione da parte del mio innato senso dell’umorismo, un disgusto per il personaggio che le circostanze mi hanno costretto a creare, un’insoddisfazione spirituale dei limiti che la materia impone alla mia volontà.
<<L’unico diversivo è la solitudine. Allora il mondo dei sogni diventa la grande realtà, e il mondo reale un’illusione. Vado nella mia biblioteca a vivere insieme ai grandi pensatori astratti: Spinoza, Schopenhauer, Nietzsche e Walter Pater.
<<Una volta ho avuto una visione a occhi aperti. Ho visto ai miei piedi, ammucchiati alla rinfusa, tutti i simboli e gli accessori del mio costume di scena – quelo spaventoso abbigliamento! – i miei baffi, la bombetta malconcia, il bastoncino da passeggio, le scarpe rotte, la camicia dal colletto lurido. Mi sono sentito come se il corpo mi fosse caduto di dosso, come se stessi abbandonando un’eterna apparenza per un’immensa realtà.
<<Quel giorno ho deciso di non rientrare mai più in quel costume; di ritirarmi presso qualche lago italiano con il mio amato violino, i miei Shelley e Keats, e di vivere sotto falso nome una vita fatta solo di immaginazione e d’intelletto; ma l’istinto di essere qualcosa di diverso da quello che sono in realtà, un istinto che è universale, in me è troppo forte, e sono tornato per fare ancora un film, solo uno, l’ultimo...come l’eterno ultimo bicchiere dell’ubriacone e come l’eterno addio alle scene della Patti>>.
Era ricaduto nel silenzio, quando all’improvviso il suo atteggiamento è cambiato del tutto. Sul volto gli splendeva un che di folle, un’aria da Puck. Ogni uo gesto è diventato stravagante. Si è passato tra i riccioli neri le dita espressive e artisticamente modellate.
<<Le ho mai raccontato della prima volta che ho incontrato Enrico Caruso? No? Allora mi permetta! >>
Si è alzato e ha percorso a stanza due o tre volte avanti e indietro con passo saltellante, baldanzoso; tutto il suo aspetto sprizzava malizia.
<<I cantanti lirici mi stancano>>, ha detto, <<e quando il signor Guard del Metropolitan Opera House mi ha detto una volta che Caruso mi aveva chiamato “il Caruso del cinema” non l’ho considerato affatto un complimento.
<<Qualche tempo dopo il signor Guard ha organizzato le cose in grande per presentarmi al famoso tenore. Sono stato accompagnato al teatro insieme a una delegazione di addetti stampa.
<<Caruso era nel suo camerino, intento a prepararsi per la serata>>.
A questo punto Chaplin ha fatto una descrizione indicibilmente buffa di Caruso che si preparava, dei servi di scena, degli inservienti e della babele di lingue che circolava per i camerini.
<<Quando tutto era pronto mi hanno condotto alla presenza del grande Enrico, che non solo non mi ha ricevuto in pompa magna, ma mi ha voltato la schiena per tutto il tempo, guardandosi allo specchio mentre si incollava qualcosa sulla faccia.
<<La ridicola idea della presunta superiorità di un tenore sul comico mi è tornata in mente, suscitandomi un prurito di insofferenza. Il discutibile complimento di “Caruso del cinema” ha ricominciato a bruciare, alterando la mia disposizione al riso. Perciò, dopo che erano rascorsi diversi minuti, con i piedi che mi si stavano raffreddando e la schiena di Caruso che diventava sempre meno invitante, ho urlato, guardandolo in faccia allo specchio da dietro le sue spalle: “Il Caruso del cinema saluta il Charlie Chaplin del teatro lirico!”
<<Enrico si è girato di scatto, e mi sono trovato davanti un primo piano di due occhi furibondi. Allora ho eseguito una rapida dissolvenza>>.
<<Nlla viene meno quanto il successo>>, ha risposto quando gli ho chiesto che effetto faceva essere milionario dopo aver conosciuto la miseria più disperata, come è capitato a lui.
<<Con questo voglio dire che il denaro non soddisfa mai il bisogno spirituale o intellettuale. Se uno ama i piaceri grossolani, il denaro è la cosa più bella del mondo. Se uno pensa che colmerà un suo vuoto psicologico, il denaro è un fior di scherzo, come direbbe James Banch Cabell. Dubito che un uomo ricco abbia mai un vero amico...perchè, quando uno è impantanato a vita tra i beni di questo mondo, come fa a distinguere gli amici dai nemici o dagli adulatori? Capisco benissimo gli artisti poveri; quelli ricchi mi sembrano sempre una contraddizione in termini.
<<La vita somiglia a un episodio della mia infanzia. E’ stato l’avvenimento più tragico della mia esistenza, e per anni non sono riuscito a ripensarci senza scoppiare in lacrime.
<<Ho trascorso parte della mia infanzia in un ofanotrofio di Londra. Quando arrivava il Natale apparecchiavano una grande tavolata, e sopra vi disponevano dei piccoli doni – orologi di latta, sacchetti di caramelle, libri illustrati e altre bazzecole – per gli ospiti.
<<Questo Natale di cui parlo avevo sette anni. Ci mettemmo tutti in fila, e molto prima che fosse il mio turno di avvicinarmi alla tavola e prendere il regalo che volevo avevo già scelto a vista un’enorme mela rossa. Era la mela più grande che avessi mai visto fuori da un libro illustrato.
<<I miei occhi e il mio stomaco si allargavano sempre di più man mano che mi avvicinavo alla tavola.
<<La fila avanzava, e io mi trovavo a quattro bambini di distanza dalla tavola quando una governante, o qualche altra autorità, mi piombò addosso, mi spinse fuori dalla fila e mi riportò in camera con queste brutali parole: “Quest’anno, Charlie, per te niente regalo di Natale: tieni svegli gli altri bambini con le storie di pirati che gli racconti”.
<<Ogni volta che mi sono ritrovato a portata di mano quella mela rossa della felicità c’è sempre stata qualche presenza o forza invisibile che mi ha trascinato via proprio quando ero sul punto di afferrarla>>.
Il paradosso della vita di questo strano individuo è meglio illustrato da un aneddoto narrato da un suo amico a proposito di una serata nella sua casa di Los Angeles. Fra gli ospiti c’era Jascha Heifetz, il celebre violinista. Tutti chiedevano a gran voce che Heifetz si esibisse; lui prese il violino di Chaplin e cominciò a suonare, ma rimase di sasso, e con lui tutti i presenti, quando si accorse che dalle corde non uscivano altro che disarmonie insensate.
Chaplin sorrise, tolse il violino dalle mani di Heifetz e suonò un passaggio di Bach con la mano sinistra. Tutte le corde erano montate in senso inverso.
<<Capisce>>, ha detto Chaplin, <<io sono una persona fatta a rovescio e sottosopra. Quando sullo schermo le volto la schiena, lei vede qalcosa che è espressivo come una faccia. Io sono principalmente un dorso>>.
E questa è l’impressione che ho ricavato della personalità di Chaplin: un individuo fatto a rovescio, qualcosa che il vasaio deve aver modellato con la mano sinistra e sottosopra.
Se si è sensibili a queste cose, in sua presenza si percepisce subito una forza psichica che ha a disposizione un corpo insufficiente a sopportare le sue attività. Quest’uomo, che nei film hanno preso a schiaffi, picchiato, manganellato, calpestato, attorcigliato, bastonato e polverizzato, non ha una corporatura degna di nota. E’ tutto vitalità e intelligenza: una stazione ricetrasmittente ad alta potenza.
Il suo massimo svago è passeggiare per strada la sera con qualche amico, discutendo per ore di arte, di religione, di libri, di teorie sulla bellezza e della sua ambizione di diventare un attore tragico.
<<E Amleto>>, gli ho chiesto durante una di queste escursioni notturne. <<Le piacerebbe interpretare Amleto? >>
<<Sono troppo tragico di natura per interpretare Amleto>>, ha risposto. <<Solo un grande comico può interpretare il Danese>>.
E con questa risposta enigmatica ha cambiato argomento, lanciandosi in una lunga dissertazione su Freud e sulla luce tremenda che costui ha gettato sulla sua natura amletica.
Non ho mai incontrato un essere umano più infelice o più timido di questo Charles Spencer Chaplin.
(Pubblicato sul New York Times Book Review and Magazine, 12 dicembre 1920, p.5.)